Carlo Levi Lucania 61
Blog

Michele Parrella, cantore del Novecento

Nell’Olimpo della poesia lucana del Novecento, accanto a nomi come Rocco Scotellaro e Leonardo Sinisgalli, non può mancare di essere inserito Michele Parrella, poeta bohémien con la Basilicata nel cuore, che vediamo ritratto in mezzo ai braccianti agricoli, proprio insieme al “poeta contadino” Scotellaro, nel grande dipinto “Lucania ’61” di Carlo Levi, realizzato a Torino in occasione del centenario dell’Unità d’Italia e oggi custodito a Palazzo Lanfranchi di Matera, a testimoniare la vicinanza dei due cantori al popolo lucano.

Michele Parrella nacque a Laurenzana, piccolo centro a quaranta chilometri da Potenza, il 17 ottobre 1929. Più giovane di sei anni del “collega” Scotellaro, apparteneva ad una famiglia borghese. Suo padre, infatti, esercitava la professione di medico condotto a Potenza, città dove Michele frequentò il Ginnasio e il Liceo. La perdita prematura della madre, per malattia, e del padre, morto suicida subito dopo, lo costrinsero a interrompere gli studi universitari di medicina a Siena. Si trasferì, quindi, a Roma, presso il fratello, che provvide al suo sostentamento. Erano i primi anni ‘50, che lo videro impegnato in collaborazioni con alcune riviste e giornali e in una felice attività di documentarista.

Visse in perpetuo viaggio tra Roma, la Basilicata, il Nord Italia, la Svizzera e la Germania. Entrò a far parte del mondo intellettuale e artistico della Capitale, quello della “dolce vita” felliniana e di “via Margutta”, e della “intellighenzia” di sinistra. Assiduo frequentatore dei salotti culturali, intrattenne solide amicizie con personaggi illustri della letteratura, dell’arte, del cinema e della politica, come Carlo Levi, Renato Guttuso, Antonello Trombadori, Leonardo Sinisgalli, Giovanni Russo, Luchino Visconti, Pier Paolo Pasolini, Francesco Rosi, Enrico Berlinguer e tanti altri. Condusse vita da eterno scapolo, intrecciando avventure sentimentali con donne del gran mondo. Quando, però, quel mondo si dissolse, a Parrella non rimase che una vita povera e malatissima. Morì a Roma, non già vecchio, l’8 marzo 1996.

La figura di Michele Parrella era quella tipica dell’artista mondano, del viveur giramondo e stravagante, sempre con il panama sulla testa e il sigaro spento in bocca, alla continua ricerca di stimoli non solo intellettuali, mai appagato della “grande bellezza”. I suoi atteggiamenti volutamente eccentrici, fintamente allegri, erano un modo per allontanarsi dai problemi esistenziali e dalle noie della quotidianità, del vivere ordinario, che rifuggiva con forza. Il sentimento della solitudine fu sempre incombente nella sua vita e ad esso associò il bisogno di affetto, di amicizia, di riconoscimento e considerazione.

Era poco attento alla pubblicazione delle sue poesie, che spesso venivano improvvisate e donate al momento agli amici. Molte sono state recuperate e raccolte nel 2007 nella pubblicazione “Michele Parrella. Poesie (1947-1996)”, a cura di Giuseppe Lupo. Molte altre si suppone siano ancora in giro, disperse tra carte e cassetti. Le raccolte ufficiali, pubblicate in vita, non sono molte: “Poesia e pietra di Lucania” (1954), “Paisano” (1958), “La piramide di pietrisco” (1975), “La montagna di tufo” (1975) e “La piazza degli uomini” (1994).

Tutta la sua produzione poetica è costellata di dolenti richiami e di struggenti echi d’amore alle proprie radici, alla terra natia di Lucania, alle problematiche del mondo contadino meridionale, talora capaci di assurgere a questioni universali. Nei suoi versi entrano motti, canti, cantilene, filastrocche, orecchiati da ragazzo nel suo paese. La Lucania che Parrella conosce, e che vede da Roma o nei suoi frequenti viaggi di ritorno, è la “Lucania persa” (come il titolo di una lirica dedicata a Scotellaro), segnata dallo spopolamento.

Sorprende nelle sue poesie la vicinanza di diverse modalità di composizione e di variegati contenuti. Parrella si muove attraverso una grande varietà di generi, al punto da rendere impossibile qualunque collocazione o catalogazione. La sua poesia è segnata da diverse fasi. Inizialmente, negli anni giovanili, racconta il suo paese natio con un ricco repertorio di gesti, riti, liturgie, azioni del mondo popolare e contadino, da cui si sente irresistibilmente attratto.

Nella seconda fase poetica viene avvinto dal disincanto e dall’amarezza nell’affrontare il tema dell’emigrazione, che affligge una Lucania in cui la speranza è di là da venire e la civiltà una lontana promessa. Dopo la pubblicazione nel 1954 della sua raccolta “Poesia e pietra di Lucania”, seguita di pochi mesi alla morte prematura di Rocco Scotellaro (15 dicembre 1953), alcune sue poesie sono pubblicate da Leonardo Sinisgalli su “Civiltà delle Macchine”, di cui è già collaboratore e lo rimarrà a lungo, come testimonianza di una voce coraggiosa nella denuncia dello scacco del Meridione. I Sassi di Matera, abbandonati e ridotti senza un’anima tra gli anni ‘60 e ‘70, rappresentano il simbolo della fuga e dello spopolamento del Sud.

La terza fase della sua poesia risente del soggiorno romano e ci offre l’immagine del poeta-cronista che assiste ai cambiamenti di vita e di pensiero che, nella seconda metà del Novecento, mutano rapidamente il corso della storia mondiale. Non mancano, però, tra la fine degli anni ‘80 e i primi anni ‘90, gli slanci nostalgici e pieni di sentimento per Laurenzana e la Basilicata. Infatti, pur attento alle vicende più grandi del mondo, non sfugge al desiderio di ricucire con la propria terra natale lo strappo consumato al momento della sua partenza. Così, tutte le volte che se ne presenta l’occasione, egli torna a Laurenzana e in più di qualche circostanza soggiorna a Matera, servendosene come base per raggiungere altri luoghi della regione. Di questo suo girovagare restano poesie che i ricordi dell’infanzia trasformano in commosse elegie, in cui compaiono, mitizzati, luoghi della Basilicata come il “fiume della Serra” (Serrapòtamo), il monte Caperrino, la Taverna d’Anzi, il Volturino, il Monte Saraceno, la Sellata, il Pierfaone.

© Riproduzione riservata

Rispondi