Una preziosa miniera di storia

Una testimonianza di notevole interesse storico e archeologico del culto dei morti nell’antichità. Un patrimonio unico di attestazione funeraria ebraica nell’Italia meridionale. Un’importante documentazione epigrafica giudaica. Un raro esempio d’integrazione tra cultura latina, ebraica e cristiana. Tutto questo rappresentano le catacombe ebraiche situate nella collina della Maddalena, appena fuori dall’abitato di Venosa.

Le catacombe erano reti di corridoi sotterranei usati per la sepoltura, con pareti e pavimenti occupati da loculi chiusi da lastre di marmo o da tegole. Vi erano, inoltre, delle nicchie (cubicula), che contenevano più sepolcri e che potevano essere dotate di un arco intonacato e affrescato (arcosolium). Quelle ebraiche si differenziavano da quelle cristiane in quanto prive di ambienti adibiti alle celebrazioni a suffragio dei morti, considerate dalla religione ebraica pratica impura, e per i decori a fresco con simboli sacri.

Il complesso catacombale venosino, costituito da ipogei scavati nel tufo vulcanico, noto agli studiosi sin dal XVI secolo, ma esaminato con maggior rigore solo dopo la metà dell’Ottocento, è stato a lungo trascurato e in parte spogliato. Inoltre, la natura friabile del terreno ne ha sempre reso difficile la conservazione, tanto che negli ultimi anni è stato necessario un lungo lavoro di restauro e di consolidamento, per rendere visitabile almeno una parte di questo ipogeo.

Il sito testimonia, attraverso le epigrafi rinvenute, la presenza a Venosa tra il IV e il IX secolo d.C. di una consistente e potente comunità ebraica. Dallo studio delle iscrizioni, in lingua ebraica, latina e greca, emerge la peculiarità del nucleo di ebrei venosini: la loro origine ellenistica e non palestinese o mesopotamica. Il loro arrivo tra la fine del III e gli inizi del IV secolo d.C., in un periodo economicamente prospero per la città, secondo un’ipotesi del prof. Francesco Grelle sarebbe da collegare alle attività di manifattura tessile dei ginecei imperiali, forse in relazione all’abilità nella tessitura e nella tintura di stoffe.

Dalle iscrizioni decifrate si apprende che gli ebrei presenti a Venosa erano sicuramente bene integrati. Tra di essi vi erano proprietari terrieri, commercianti, artigiani e medici, e avevano propri sacerdoti e propri templi. Alcuni, inoltre, erano personaggi ricchi ed influenti e ricoprivano cariche importanti nell’amministrazione cittadina. Risulta anche che la comunità era molto legata alla terra d’origine, con la presenza in città di emissari venuti da Gerusalemme.

Particolare rilievo all’interno delle catacombe ha un arcosolio affrescato con la raffigurazione del candelabro a sette braccia (menorah), affiancata da altri simboli tipici del patrimonio iconografico e religioso ebraico: il corno, la palma, il cedro, l’anfora d’olio. La tomba sottostante si caratterizza per il rivestimento in marmo, che fa presupporre la sua appartenenza a una personalità di riguardo.

Ma tutto il sito è affascinante da visitare, per la sensazione che si prova ad addentrarsi nella collina attraverso gli stretti cunicoli, per la cura con cui sono scavati nicchie e arcosoli, per l’atmosfera che fa quasi percepire lo stato d’animo di chi prima scavava e poi utilizzava quelle gallerie per il culto dei propri cari scomparsi, ma anche per la suggestione resa dall’illuminazione soffusa proveniente dal basso, che sembra quasi avere rispetto di uno spazio sacro che con molta fatica è sopravvissuto per secoli attraverso la storia.

Pubblicato su: In Arte, anno V – num. 6 – giugno 2009, pagg. 12-13

Rispondi