Pacifico, architetto di metafore

pacificoGino, papà napoletano, un quarto brasiliano, Pacifico = Milano. Così brevemente si descrive Gino De Crescenzo, in arte Pacifico, nell’omonima canzone in cui racconta di un oceano che, tradendo il nome assegnatogli, il quale spingerebbe ad immaginarlo calmo e sconfinato, può scoppiare in burrasche, vortici e tempeste o essere sconvolto da terremoti ed eruzioni. Un concetto che connota lo stesso Pacifico, che, tranquillo e mite nei modi e nell’aspetto, internamente nasconde un tormento, un turbine di inquietudini e di insicurezze che non di rado traspare dalle sue canzoni, un dolore profondo che non gli riesce di spiegare. In questo nome di un mare profondo che serve il capriccio di un vento piovoso è racchiuso ciò che lo agita e non gli fa trovare riposo.

Affacciatosi tardi (a 37 anni) sul palcoscenico della musica italiana come cantautore, da subito Pacifico ha avuto riscontri positivi sia da parte del pubblico sia della critica, che lo hanno apprezzato fondamentalmente per la sua capacità di tessere testi e storie, per i suoi versi costruiti come architetture in un bilanciamento ad arte di pesi e forze che si esternano nella bellezza della forma. E’ evidente nel modo di scrivere di Pacifico la scelta attenta, ponderata e non retorica delle parole a formare incastri perfetti, scelta che ricade spesso su termini lievi e delicati, che accarezzano l’ascoltatore in maniera costante, anche quando vengono descritti sentimenti aspri. Come detto, infatti, le canzoni sono impregnate di una latente malinconia che pare sovrastare l’autore come l’ombra della nuvola più scura. Spetta al suono delle parole addolcire l’amaro del loro significato. O in alcuni casi alla musica leggera che le accompagna, contrastante per la sua allegria e spensieratezza.

Quelle di Pacifico sono canzoni gentili, che non eccedono mai nei toni, misurate, composte, discrete come un silenzioso raggio entrato dal balcone, che si insinuano piano in chi le ascolta, anche perché cantate con voce esile e quasi sussurrando. I testi sono densi di pensieri e carichi di un’intima profondità e al contempo di una leggera semplicità. Da essi emergono un’ansia e un’urgenza di raccontarsi, traspare l’intensità della riflessione introspettiva.

Spesso i brani sembrano delle fotografie, delle istantanee che fermano un momento, sereno o viceversa inquieto, con l’obiettivo dell’autore che riesce a cogliere anche un piccolo dettaglio o gesto carichi di significati e di emozioni, consentendo di dipingere con i versi vivide raffigurazioni. La maestria di Pacifico sta proprio nello scegliere le parole più adatte ad ogni tipo di descrizione, ma nelle sue composizioni ha una grande importanza anche la musica, sempre in equilibrio com’è tra suoni elettronici e suoni acustici.

Ogni canzone è colma di geniali intuizioni letterarie e trabocca di metafore che si susseguono senza sosta una dopo l’altra togliendo il fiato all’ascoltatore. Tutto assume un aspetto diverso e poetico agli occhi di Pacifico, che osserva la realtà attraverso il filtro della propria sensibilità, esprimendo attraverso le metafore i suoi stati emotivi e più in generale la sua dimensione esistenziale. Prevalgono le immagini che fanno riferimento alle forze della natura, al mare e ai fiumi, al vento, al fuoco, a volte calme e acquietanti, altre volte devastanti e sconvolgenti. Ma su tutte domina il tempo come suprema forza della natura alla quale non ci si può opporre, che incombe, genera affanni e segna il viso nel suo incedere senza sosta. E neanche il futuro offre conforto, anzi appare incerto e misterioso, se non proprio come una mela avvelenata. Non resta che guardare le stelle ed è come se non esistesse il tempo.

Pubblicato su: In Arte, anno IV – num. 9 – ottobre 2008, pagg. 26-27

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