Colobraro: la terra dei serpenti

Colobraro, arroccato su di un’altura come tanti altri paesi lucani, si sviluppa intorno ad un nucleo originario avente come fulcro l’antico castello medievale, del quale oggi restano soltanto pochi ruderi. Il maniero fu edificato nel XIII secolo e, oltre a essere abitato dai ministri inviati da principi e baroni longobardi, fu residenza dei signori del luogo. Tra le famiglie che si succedettero nel dominio del territorio vi furono i Chiaromonte, i Sanseverino, i Carafa, i Donnaperna e i Brancalasso. Dai ciclopici ruderi del palazzo baronale è possibile ammirare uno splendido panorama, forse il più ampio di tutta la regione, poiché la rocca domina l’intera valle del fiume Sinni fino alla foce.

Colobraro è ben noto ai lucani, ma anche oltre i confini regionali, per un motivo poco gratificante, oltre che del tutto infondato. Da almeno un secolo, infatti, gli è stata rifilata la triste nomea di portare sfortuna. La convinzione è talmente diffusa che nei paesi vicini la gente si riferisce a Colobraro appellandolo in modo scaramantico “quel paese”, per la credenza che la semplice evocazione del nome possa causare disgrazie.

Molte le cause di questa superstizione. In primo luogo il nome del paese, secondo il Racioppi, deriva dal latino colubrarium, indicante un territorio popolato da serpenti. Poi si aggiunse un aneddoto risalente a prima della seconda guerra mondiale e riguardante l’allora podestà Biagio Virgilio, avvocato di grande fama, ma tacciato, probabilmente per invidia, di essere un menagramo e di conseguenza considerato “innominabile”.

Le antipatiche credenze su Colobraro, alimentate dai campanilismi, potrebbero essere dovute anche al forte radicamento popolare del rito della magia e alla presenza in paese, nel passato, di fattucchiere capaci di allontanare il malocchio. Ne è una testimonianza il soggiorno nell’autunno del ’52 del famoso antropologo Ernesto De Martino (tornato successivamente nell’estate del ’54), il quale poté raccogliere non poco materiale per il capitolo dedicato alla fascinazione e al malocchio del suo libro “Sud e magia”, testo caposaldo dell’antropologia italiana. È anche vero, però, che De Martino visitò molti altri luoghi della Basilicata e che il fattore del magico può considerarsi comune a tutti i paesi dell’entroterra lucano.

Tuttavia la particolare etichetta di paese da non nominare potrebbe rappresentare un veicolo di promozione per Colobraro, un fattore da sfruttare per un turismo mirato, di tipo esoterico, nonché un risarcimento morale per gli incolpevoli abitanti di questo paese.

Pubblicato su: In Arte, anno V – num. 6 – giugno 2009, pagg. 8-9

2 pensieri su “Colobraro: la terra dei serpenti

Rispondi