Carriera da allenatore per Tacchinardi

Alessio Tacchinardi, 11 stagioni e 404 presenze in bianconero, con la Juventus ha vinto tutto dal 1994 al 2005: 6 scudetti, 1 Champions League, 1 Coppa Intercontinentale, 1 Coppa Uefa, 4 Supercoppe Italiane e 1 Coppa Italia.

La sua carriera prende il via da Bergamo, dove negli Allievi dell’Atalanta viene schierato come tornante. Ma l’allenatore Prandelli, osservandone la personalità, il senso della posizione, la rapidità nell’impostare, decide di proporlo come regista. L’esperimento riesce perfettamente ed il giovanissimo Alessio è protagonista assoluto dell’irripetibile stagione che porta la squadra nerazzurra a dominare la scena giovanile vincendo, nel 1993, il Torneo di Viareggio e il campionato nazionale “Primavera”.

La dirigenza della Juventus, squadra del cuore del giovane Alessio, lo nota fin da subito e nell’estate del 1994 lo porta a Torino, per fargli fare da riserva a due centrocampisti di fama internazionale come Paulo Sousa e Deschamps. Tuttavia Lippi decide di impiegarlo come difensore centrale e Tacchinardi ci si adatta perfettamente, collezionando ben 24 presenze in campionato nella stagione dell’esordio. Dopo l’exploit iniziale come libero, inizia una crisi di identità di ruolo, che duro fino al 97, quando i suoi dubbi vengono sciolti dal campo. Da quel momento in poi, in Italia e in Europa, sarà applaudito come un grande centrocampista.

Nei suoi anni alla Juve gioca accanto a gente del calibro di Deschamps, Zidane, Davids, ma non si fa mai intimorire dalla classe dei suoi compagni ed è sempre il primo a lottare, rubando palloni e subito impostando, da vero e proprio leader. Pur non prendendosi mai le luci della ribalta, è tra i più acclamati dai tifosi per il suo attaccamento alla maglia e per il suo impegno.

Con l’arrivo di Capello nel 2004 conosce più la panchina che il campo, così l’anno successivo si vede costretto a dare l’addio alla Juventus, accettando la proposta arrivata dal Villareal di trasferirsi in Spagna. Anche lì le soddisfazioni non mancano e, nonostante la squadra non sia formata da grandissimi nomi, al primo anno riesce a raggiungere la semifinale di Champions League, dopo aver eliminato l’Inter ai quarti.

Al termine dei due anni di prestito Tacchinardi ritorna a Torino, deciso a concludere la carriera nella sua amata Juve. Ma la prospettiva di fare da riserva a Tiago e Almiron lo spinge a rescindere il contratto. La stagione successiva scende in serie B con il Brescia allenato da Cosmi, dove disputa un campionato eccellente, segnando addirittura 9 reti, ma la squadra fallisce ai playoff la qualificazione in A. È questo il suo ultimo campionato da professionista.

In una recente intervista Alessio racconta il suo addio al calcio: “Avrei voluto continuare, ma non ho trovato una situazione che mi dava i giusti stimoli. Avrei potuto andare a Palermo, ma non volevo spostare un’altra volta la mia famiglia dopo essere appena rientrati dalla Spagna. Credo di aver smesso nel momento in cui avevo la testa giusta per smettere. In Spagna ho capito che nella vita non c’è solo il calcio, lì vivono questo sport con meno pressione e come un divertimento e non riuscivo a capire le situazioni come le contestazioni a Brescia, dove ho segnato 11 reti, ho giocato un buon campionato. Ho capito che era il momento di voltare pagina, se mancano le motivazioni è meglio lasciar stare…”

Appese le scarpette al chiodo, da subito il suo obiettivo è stato quello di intraprendere la carriera da allenatore, nella speranza di tornare a grandi livelli anche in questo ruolo. Attualmente, umile ma deciso come lo era in campo, segue come collaboratore tecnico gli allievi della giovanili del Pergocrema, la squadra della sua città, Crema, in Lombardia.

A dimostrazione del segno che ha lasciato nel cuore dei tifosi della Vecchia Signora, il nome di Tacchinardi fa parte dei cinquanta campioni scelti tra i più rappresentativi della storia bianconera e che dal prossimo anno saranno simboleggiati da cinquanta stelle che andranno ad adornare il nuovo stadio della Juventus.

Pubblicato su: Zeb, n. 2.4 – spring 2011, pag. 22

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