Calvello: uno scrigno adagiato tra i monti

Quando alle bellezze paesaggistiche e naturalistiche si uniscono quelle storiche, architettoniche e artistiche, si ha una combinazione perfetta capace di affascinare un pubblico quanto mai ampio e di attrarre ampi flussi turistici. Una realtà lucana che racchiude tutto ciò è il piccolo paese di Calvello, non ancora adeguatamente apprezzato, ma il cui patrimonio andrebbe scoperto e valorizzato il più possibile. Posto in una vallata fertile e ricca d’acque, è circondato dai fitti boschi degradanti dal monte Volturino, la cima più elevata dell’Appennino Centrale Lucano. L’abitato si snoda in forte salita, per un percorso contorto, reso affascinante dai vicoli stretti e dai piccoli larghi.

Per lungo tempo le origini di Calvello sono state fatte risalire all’epoca medievale (1150), durante la quale i monaci benedettini fondarono i cenobi di Santa Maria de Plano e di San Pietro a Cellaria. Tuttavia recenti ricerche storico-archeologiche hanno accreditato la tesi di un’origine più antica, testimoniata dal ritrovamento di vasellame e altri reperti risalenti alla prima e alla seconda età del ferro. Fonti documentarie, inoltre, attestano l’esistenza di un centro abitativo già nell’XI secolo.

Il fiume La Terra tiene separato dal resto del paese il rione di Sant’Antuono, a cui è possibile giungere attraversando un ponte in pietra con arco a sesto ribassato. Tale ponte con il tempo è diventato uno dei simboli più noti del paese. Chi collega le origini di Calvello al cenobio dei benedettini, attribuisce ai monaci la costruzione del ponte. È probabile, invece, che esso sia stato ricostruito su preesistenti strutture romane dagli abitanti del luogo, sotto la guida attenta dei benedettini. Il ponte, infatti, denota una chiara impostazione di stile romano. Nella sua semplicità è un manufatto tecnicamente perfetto, nonché funzionale e armonioso, qualità che gli hanno permesso di resistere nei secoli ai continui flussi delle acque, abbondanti nelle frequenti piene, dovute in inverno alle piogge e in primavera allo scioglimento delle nevi accumulate sui monti vicini.

La chiesa madre di Calvello, intitolata a San Giovanni Battista, fu edificata agli inizi del ‘400, in un periodo in cui l’abbazia benedettina di Santa Maria de Plano era in uno stato di completo abbandono. L’edificio è stato ricostruito due volte a seguito di altrettanti disastrosi terremoti, il primo verificatosi nel 1646, il secondo nel 1857. Gravi danni li ha subiti anche nel 1980. Dopo l’evento sismico dell’Ottocento, che ne provocò il crollo, la chiesa fu riaperta soltanto nel 1896. Di fronte all’edificio fu allora aperta l’attuale piazza principale, su cui affacciano i tre portoni di accesso. Dal 2005 il portone centrale è stato arricchito da un bassorilievo in bronzo realizzato dall’artista Antonio Masini, in cui sono descritte scene della vita di San Giovanni Battista. La chiesa, di stile romanico-lucano a croce latina, è articolata in tre navate sorrette da robuste colonne.

Nella parte sinistra del transetto è presente una pregevole tela raffigurante S. Giovanni giovinetto, databile alla prima metà del Settecento, di scuola napoletana. Il Battista, seduto su alcune rocce in atteggiamento di riposo, parzialmente coperto da un manto rosso, indica con la mano destra verso il fondo del quadro. Presso di lui è accovacciato un agnello. L’opera fu donata alla chiesa dal Duca de La Tour intorno al 1891. Sulla facciata frontale della navata di destra campeggia il dipinto di gusto tardomanierista della Madonna di Costantinopoli con Bambino, attribuito a Giovan Vincenzo Forli (pitt. doc. 1592-1639). Nella sagrestia si trova la tela L’ultima cena, opera della prima metà del ‘600.

Al centro dell’abitato si erge la chiesa di Santa Maria degli Angeli, costruita alla fine del ‘500. Il grosso edificio custodisce cinque affreschi datati 1616 e firmati da Girolamo Todisco. Ognuno di essi è racchiuso all’interno di una nicchia con il medesimo schema compositivo: un portale ad arco sormontato da un medaglione. All’interno di quattro delle cinque nicchie è individuata una lunetta superiore, con una fascia di trabeazione che la separa dal registro inferiore. Questo, a sua volta, è ripartito da una lesena centrale in due pannelli ospitanti figure di santi. Nelle lunette sono raffigurati la Madonna delle Grazie, la Visita a Santa Elisabetta, Tobia e l’Angelo, S. Michele Arcangelo, mentre nell’unica nicchia che non rispetta lo schema compositivo è affrescata la Madonna della Pace.

Nella parte ovest del paese, là dove il territorio comincia a inerpicarsi verso il massiccio del Volturino, è ubicata una piccola cappella dedicata a S. Giuseppe, la cui costruzione è da porsi all’inizio del ‘600. All’interno è conservato un ricco altare maggiore scolpito in legno in stile barocco, datato 1657. L’alzata è costituita da due colonne tortili con capitelli corinzi. L’architrave sorregge un timpano curvilineo aperto in alto. Al centro dell’altare è collocata la tela La fuga in Egitto. In un paesaggio di mitica arcadia S. Giuseppe porge a Gesù Bambino una ciliegia appena raccolta, mentre la Madonna è intenta ad attingere l’acqua dal ruscello con una ciotola. C’è chi attribuisce l’opera a Federico Barocci da Urbino (1535-1612), che più volte riprodusse la scena. La tela potrebbe essere stata acquistata dai monaci della Certosa di Padula, che gestivano la cappella.

Fra le numerose opere d’arte custodite nella chiesa di Santa Maria de Plano, la più importante è la statua lignea della Madonna in trono con Bambino. In puro stile bizantino, raffigura, in impostazione frontale, la Vergine con il capo scoperto e una piccola sfera nella mano destra, mentre siede in trono con in grembo il Bambino, poggiato sulla gamba sinistra e nell’atto di benedire. La statua è stata scolpita tra il 1240 e il 1260. In età barocca erano stati aggiunti dei riccioli a entrambe le figure, poi rimossi dal restauro effettuato nel 1974. L’aspetto e il portamento del simulacro sono solenni e maestosi. I lineamenti sono anatomicamente perfetti: le dita affusolate, il viso leggermente allungato, la chioma raccolta al modo delle donne regali del tempo. Il Bambino, dell’apparente età di 5-6 anni, è straordinariamente somigliante a Maria. Il suo atteggiamento è soave, lo sguardo innocente e confortante.

Il convento adiacente alla chiesa di Santa Maria de Plano può essere considerato il luogo di origine della comunità calvellese, lì dove i monaci benedettini posero la prima pietra. Per il suo notevole pregio artistico può costituire un legame ideale tra passato e presente, legame che ha bisogno di essere costantemente rinsaldato. È da questo presupposto che l’amministrazione comunale, grazie anche ai proventi ottenuti dall’estrazione del petrolio, ha scelto questo luogo come destinazione ideale per eventi di tipo artistico e culturale. Il primo appuntamento, che inaugurerà anche il chiostro appena restaurato, sarà la mostra antologica Hyle. La materia di un nuovo realismo dell’artista Franco Corbisiero, che ha voluto omaggiare il suo paese natio con una personale che raccoglie le sue opere dal 2009 ad oggi e che sarà visitabile per tutto il mese di ottobre.

Pubblicato su: In Arte, anno VII – num. 9 – settembre 2011, pagg. 8-11

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