Rocco Smaldone: immagini tra sogno e realtà

Rocco Smaldone è un giovane artista poliedrico, che ama esplorare diversi sentieri dell’arte, dedicandosi con pari impegno alla musica (nell’ambito dell’heavy metal) e alla pittura, ma non disdegnando neanche la fotografia.

Nato nel 1980 a Potenza, dove risiede tutt’oggi, fin da bambino scopre un’innata passione per la pittura, che lo porta a sperimentare le più svariate tecniche e ad approfondire la conoscenza della natura non solo tramite l’osservazione diretta, ma anche attraverso lo studio dei maestri del Rinascimento, del Seicento italiano e olandese e dell’Ottocento.

L’epoca che, tuttavia, più di ogni altra ha lasciato il segno nella pittura di Smaldone è certamente il Novecento: chiari sono, infatti, i rimandi a De Chirico e a Dalì, a Magritte e a Ernst. E’ possibile individuare, inoltre, suggestioni accostabili a molto cinema del secolo scorso, a partire da quello espressionista. Un’influenza più recente è, poi, quella ricevuta dalle vanitates e dai paesaggi di ascendenza simbolista dell’artista cremonese Agostino Arrivabene.

Dopo aver privilegiato per molti anni l’uso degli acrilici e della tecnica mista, di recente si è dedicato sempre più alla pittura ad olio, su tela, su cartone e su tavola. Ha partecipato con le sue opere a diverse collettive, tra cui “Vicolinarte” a Possidente nel 2005, a tre edizioni dell’estemporanea di pittura “Elena d’Epiro”, organizzata a Lagopesole, al “Premio Enogea 2009” a Ginestra e alla mostra di pittura organizzata nel 2007 dalla Camera di Commercio di Potenza. Una sua ricca personale, con circa cinquanta opere esposte, è stata allestita ad agosto del 2009 a Tolve. Nel settembre 2009 ha ottenuto il primo premio in occasione della competizione pittorica “Vanitas: nature floreali”, organizzata dallo studio d’arte “Il Santo Graal” di Potenza.

Nello stile di Smaldone si sposano perfettamente espressionismo tedesco, surrealismo e pittura metafisica. Le immagini, spesso dai toni foschi, sono dominate dalla prospettiva, la quale fa sì che l’osservatore si perda nei meandri di una visione illusoria e trascendentale della vita, senza, tuttavia, mai staccarsene del tutto. La sensazione, spesso, è quella di stare di fronte alla scenografia di un palcoscenico teatrale, sul quale la scena è rappresentata.

Nell’opera Apollo e Dafne II proprio l’ottimo uso della prospettiva riporta volutamente al reale l’elemento mitico, “concretizzandolo”, quasi ad evocare su tela l’insoluta diatriba amore-sofferenza. Sullo sfondo alcune rocce sembrano disegnare delle mani congiunte in preghiera, a suggellare il dolore provocato dalla passione.

Anche ne Il lago dei ricordi l’artista spezza l’onirico con effetti che rimandano al reale: il perdersi nell’immaginario viene interrotto, infatti, dalla presenza in primo piano dell’aquila, che, vorace, rapisce il ricordo e risveglia dall’idillio.

Un semplice gesto prospettico – la visione obliqua – per un risultato eccellente ne La tempesta di neve. Lo spettatore si sente rapito dalle raffiche di vento che piegano le fronde, incuriosito dall’errare solingo del protagonista, colto di spalle – escamotage che rende l’insieme ancora più oscuro. Eppure anche qui l’effetto onirico si perde, tramite l’impronta lasciata dall’uomo sulla neve: elemento che, ancora una volta, strappa dal sogno e concretizza l’evento.

Scritto a quattro mani con Clelia Cannata. Pubblicato su: In Arte, anno VI – num. 2 – febbraio 2010, pagg. 12-13

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