La mano geniale di Jacovitti

Durante gli scorsi mesi estivi, il MAT, Museo dell’Alto Tavoliere di San Severo (FG), nell’ambito della rassegna “Ad Andrea & C. Fatti e personaggi dal mondo del fumetto”, ha ospitato la mostra “Jacovitti. Antologia 1939-1997”, dedicata alla carriera del famoso fumettista e illustratore.

Tra i disegnatori umoristi italiani più rilevanti del secolo scorso, Benito Jacovitti ha realizzato, nella sua ultracinquantennale carriera, un’infinità di storie esilaranti e ironiche, cimentandosi con ogni genere di racconto a fumetti – dal western alla fantascienza, dal poliziesco alla satira, dalle avventure di pirati a quelle di animali antropomorfi – sempre con un approccio goliardico e surreale.

Fin da giovanissimo presta il suo precoce talento a pubblicazioni come “Il Brivido”, rivista satirica fiorentina, e “Il Vittorioso”, dell’editrice cattolica AVE, che lo fa conoscere a tutta l’Italia. Negli anni successivi approda a “Il Giorno dei Ragazzi”, supplemento de “Il Giorno”, e poi al “Corriere dei Piccoli”. Lavora inoltre nel campo della pubblicità, realizza le illustrazioni per “Pinocchio” e per il celebre “Diario Vitt”, che ha accompagnato la carriera scolastica di intere generazioni di studenti.

Tra i tantissimi personaggi creati dalla sua irrefrenabile immaginazione ricordiamo Tom Ficcanaso, Jak Mandolino, Zorry Kid, Gionni Galassia, Mandrago il mago, i “tre P” (Pippo, Pertica e Palla), ma tra tutti il più famoso è senza dubbio Cocco Bill, protagonista di una stramba parodia del western in tutte le sue tematiche e i suoi stilemi, reminiscenza di tanti film visti da bambino grazie al padre, operatore in una sala cinematografica.

Jacovitti si caratterizza per la comicità folle e un po’ strampalata e per un tipo di disegno bizzarro e grottesco, che sigla la sua personalissima cifra stilistica. Le sue tavole l’hanno reso famoso in tutto il mondo perché ogni spazio vuoto viene sempre riempito da disegni assurdi: piedi, ossa, dentiere, pettini, matite, calzini rattoppati, salami, vermi con cartelli, sigarette, fiaschi – solo per citarne alcuni – compaiono infatti qua e là, inaspettati. Di frequente, poi, si vede sbucare dal terreno una lisca di pesce, in riferimento al soprannome attribuitogli da giovane per la sua altezza e magrezza. Questo microcosmo brulicante di vita di Jacovitti ricorda in qualche modo i dipinti di Bruegel, con le sue grandi piazze affollate di gente in cui si può scorgere da qualche parte, in un angolo, il diavolo o il deforme.

L’originalità di Jacovitti sta anche nella sua tecnica di realizzazione di disegni e tavole, che avveniva di getto, senza tracciare segni di matita di base, ma direttamente a china utilizzando un pennino di una misura piccolissima, con il quale tratteggiava le linee più volte, partendo da un segno sottilissimo, che rendeva via via più grande, fino a farlo rassomigliare al tratto di un pennello. A questo lavoro Jacovitti dedicava molte ore della sua giornata, quasi come un operaio del disegno, e in quello stesso momento, in fieri, nascevano le sue storie, sempre all’interno di un universo originale e meraviglioso, specchio dell’immaginario di una mente geniale.

Pubblicato su: In Arte, anno V – num. 10 – ottobre 2009, pagg. 24-25

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