Il viaggio nel vuoto dei Subsonica

subsonicaI Subsonica sono ormai da oltre dieci anni una delle più originali realtà creative nel mondo della musica italiana, la band che forse meglio è riuscita a coniugare gli approcci underground e indie con le tendenze mainstream. Da poche settimane è uscito un album riassuntivo della loro felice carriera, che raccoglie i brani più riusciti, ma anche quelli più apprezzati dal pubblico dei fan. Il disco può servire a far conoscere meglio, a chi in passato li ha percepiti solo superficialmente, questa formazione dallo stile “suburbano”, diventata punto di riferimento per i giovani delle grandi città.

I Subsonica fin dagli esordi sono stati capaci di miscelare i generi più vari, dal reggae al rock, dal punk alla house, sintetizzando brillantemente influenze e stili diversi e amalgamando il tutto con suoni elettronici fatti di campionamenti ed effetti di distorsione. Sul tappeto musicale elettronico, creato utilizzando, accanto agli strumenti classici, computer, campionatori e sintetizzatori, poggia la voce incantevole e duttile del cantante Samuel, anch’essa non di rado effettata artificialmente.

Pur concentrandosi sulla ricerca delle ritmiche e delle armonie, i Subsonica hanno riservato sempre estrema attenzione ai testi, che ci appaiono densi, intelligenti, acuti e intensi, quando descrivono i sentimenti e i vuoti interiori che nascono come conseguenza della vacuità del presente. Sono testi complessi, ma non cifrati, che non disdegnano di utilizzare il lessico dell’informatica, della scienza, della chimica come pure il linguaggio giovanile. Fondamentale per la stesura verbale è la supervisione di Luca Ragagnin, poeta e scrittore torinese, il quale riesce a rivestire i pezzi di una patina aulica. È così che parole tradizionalmente escluse dal lessico poetico entrano di diritto a farne parte, senza togliere loro la forza comunicativa.

I Subsonica amano raccontare la sconfortante realtà del presente osservandola da ogni angolazione e focalizzando spesso l’attenzione sulle diversità, sulle alienazioni e sulle solitudini di un mondo sempre più tecnologico e asettico. Il titolo della raccolta, “Nel vuoto per mano”, sta a indicare proprio il cammino percorso finora durante la loro carriera all’interno del reale.

Il disco inizia con “Tutti i miei sbagli”, proposta in una versione live acustica dolce e ipnotica. “Preso blu” e “Cose che non ho” sono il simbolo degli esperimenti degli esordi, in cui più si sente l’influenza reggae. “Il cielo su Torino” e “Strade” sono, invece, canzoni caratterizzate da suoni bui, in cui i ritmi vengono rallentati e la voce di Samuel si dilata. In esse la prospettiva notturna dà la possibilità di osservare la vera vita, fatta di piccole storie di individui sconosciuti. “Aurora sogna” è il brano più cyberpunk del disco, mentre le sonorità di “Dentro i miei vuoti” ricordano da vicino quelle del gruppo francese degli Air. “Incantevole” è una ballata, atipica per il gruppo, dal suono discreto e dal testo romantico.

I pezzi più veloci e ballabili dell’album sono “Disco labirinto”, “Liberi tutti” e “Nuova ossessione”. Molto frenetiche sono anche “Nuvole rapide” e “Abitudine”, che esprimono all’interno del testo il disorientamento dovuto alla fine di una storia d’amore. Lo stesso tema ritorna all’interno di “Nei nostri luoghi”, con il tipico ritornello in stile Subsonica in cui Samuel dà il meglio di sé nella prova vocale, e dell’inedita “Il vento”, che descrive nuovamente il momento in cui si comprende che un amore non durerà e si è portati a sperare che arrivi il vento a soffiare via entrambi, questa volta sì, nel vuoto.

Pubblicato su: In Arte, anno IV – num. 11 – dicembre 2008, pag. 28

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