La nuova vita di Simone Pepe: da calciatore a procuratore

Nello spogliatoio bianconero era soprannominato “er chiacchiera”, per la sua inarrestabile parlantina e la sua contagiosa allegria. Ma Simone Pepe è stato anche un imprescindibile uomo squadra e uno dei trascinatori della prima Juventus di Conte, quella che nel campionato 2011/12 vinse uno scudetto inaspettato senza subire neanche una sconfitta. Alla Juventus lo accomunano lo spirito di sacrificio e la mentalità vincente, che gli hanno consentito di fare breccia nel cuore dei tifosi bianconeri e di rimanerci anche dopo la sua partenza. Continua a leggere

Camoranesi porta la sua grinta in panchina

mauro_german_camoranesiSono 50 le stelle d’oro collocate all’esterno dello Juventus Stadium e dedicate ad altrettanti calciatori che hanno fatto la storia della Juventus, scelti nel 2010 attraverso un sondaggio tra i tifosi. Tra quelle stelle c’è anche Mauro Germán Camoranesi, giocatore italo-argentino classe ‘76, campione del mondo con la Nazionale italiana nel 2006, che ha vestito la maglia bianconera dal 2002 al 2010.

I tifosi lo ricordano per le sue sgroppate in velocità sulla fascia destra e per la sua abilità nel dribbling e nelle situazioni uno contro uno, grazie ad un controllo di palla eccellente. Non è passato inosservato neanche il suo carattere fumantino, che più di una volta ha costretto gli arbitri a mostrargli il cartellino rosso. Ciò nonostante è rimasto nel cuore dei fan juventini per la grinta e l’impegno che ha sempre dimostrato in campo, ma anche per essere stato tra i campioni che sono scesi in Serie B e che non hanno abbandonato la Juventus nell’infausta estate del 2006, assieme a Buffon, Nedved, Trezeguet e Del Piero.

Le strade di Camoranesi e della Juve si dividono nell’estate del 2010, dopo alcune stagioni condizionate da una lunga serie di infortuni. In otto stagioni a Torino ha collezionato 288 presenze e 32 gol, vincendo tre Scudetti e due Supercoppe Italiane. Tra i momenti più memorabili della sua carriera bianconera, la prima stagione, quella del 2002/03 con Lippi, conclusasi con la vittoria del campionato e la finale di Champions League, e le due stagioni con Capello, che lo aveva inserito tra i pilastri della sua squadra.

Da Torino si trasferisce in Germania, allo Stoccarda, ma la sua nuova avventura dura soltanto quattro mesi. Infatti il 26 gennaio 2011 rescinde consensualmente il contratto che lo lega alla società tedesca e il 2 febbraio successivo firma per la squadra argentina del Lanús. La sua stagione è caratterizzata da molte presenze, ma anche da alcuni episodi spiacevoli che lo vedono protagonista di risse in campo a suon di pugni e calci. Nell’estate del 2012 viene ceduto al Racing Club di Avellaneda, dove da subito è titolare. Il 13 febbraio 2014 ufficializza il ritiro dal calcio giocato al termine della stagione, che però non riesce a concludere, perché in aprile viene messo fuori rosa dopo aver criticato il proprio tecnico.

A gennaio del 2015 inizia la sua carriera da allenatore. La prima esperienza è alla guida del Coras de Tepic, nella seconda divisione messicana. Già ad agosto, però, rassegna le sue dimissioni e lo fa in modo plateale, appena mezz’ora prima dell’inizio del match di campionato contro il Chivas. Lo scorso dicembre diventa ufficialmente il nuovo allenatore del Tigre di Buenos Aires, che milita nella Primera División argentina, con un contratto di 18 mesi. Nella partita di debutto del campionato, il 6 febbraio 2016, ottiene un pareggio in casa dell’Argentinos Juniors, mentre la prima vittoria la conquista il 7 marzo con un netto 5 a 0 ai danni dell’Atletico Tucuman. Tuttavia il 18 marzo, in seguito alla sconfitta con l’Huracan, la quarta in sette partite, la dirigenza del Tigre decide di esonerarlo.

Camoranesi fa anche parte delle Juventus Legends, la squadra composta dagli ex giocatori bianconeri. L’ultima volta lo abbiamo visto in campo l’8 settembre 2015, tra i più in forma nella partita contro le “vecchie glorie” del Boca Junior, in occasione della Unesco Cup.

Pubblicato su: Zeb, n. 15 – spring/summer 2016, pag. 28

Angelo Peruzzi, il cinghialone buono

Tutta la storia della Juventus può essere associata ai nomi di grandi portieri, capaci di lasciare una traccia importante con il loro talento e con la lunga fedeltà alla maglia bianconera. Ognuno di loro ha segnato un’epoca, partecipando alle imprese più gloriose del club: Giampiero Combi negli anni ‘30, Dino Zoff durante gli anni ‘70, Stefano Tacconi negli anni ‘80, Gianluigi Buffon dal 2001 ad oggi. A loro non può non essere accostato il nome del baluardo della porta juventina negli anni ‘90: Angelo Peruzzi.

Peruzzi trascorre a Torino ben 8 anni, dal suo arrivo nel 1991 con Trapattoni fino al 1999, quando decide di seguire Marcello Lippi all’Inter, dove rimane solamente una stagione, per poi passare alla Lazio. Qui conclude la sua carriera al termine dell’annata 2006/07. Nel 2006 lo ricordiamo tra i campioni del mondo di Germania, come terzo portiere dietro Buffon e Amelia, convocato soprattutto per la sua esperienza e per la capacità di “fare gruppo”.

Il particolare legame costruitosi nel tempo con Lippi porta il “cinghialone” (soprannome assegnatogli da Angelo Di Livio ai tempi della Juve), ad entrare nello staff della Nazionale italiana in occasione del ritorno dell’allenatore di Viareggio alla guida degli azzurri dal 2008 al 2010. Dopo il negativo mondiale in Sud Africa, ad ottobre 2010 passa all’Under 21 come vice-allenatore di Ciro Ferrara, vecchio compagno alla Juve e grande amico da sempre. La coppia pare funzionare e nell’estate del 2012 Peruzzi segue l’ex difensore napoletano alla Sampdoria, facendogli ancora una volta da vice. Purtroppo, però, per i due l’avventura finisce dopo pochi mesi, con l’esonero avvenuto a dicembre a seguito di nove sconfitte in diciassette gare di campionato.

Mentre è impegnato con la Nazionale, Angelo trova anche il tempo per dedicarsi alla politica. Infatti nel marzo del 2010 si candida alle elezioni comunali in programma nel suo paese natale, Blera, in provincia di Viterbo, dove è tornato a vivere a fine carriera agonistica. Eletto consigliere comunale con 165 voti, viene poi nominato vicesindaco, ricevendo le deleghe al turismo, all’agricoltura e, ovviamente, allo sport. L’esperienza però non si rivela all’altezza delle sue aspettative. A causa delle tante delusioni sperimentate e dei progetti non riusciti a portare a termine, a suo dire per la poca voglia da parte dei politici di cambiare lo stato delle cose, Peruzzi decide di non ricandidarsi al termine del mandato.

Attualmente Angelo è fermo, forse in attesa di ricevere una nuova chiamata insieme all’amico e collega Ferrara. Il quale nel frattempo ha trovato spazio come commentatore delle partite della domenica in una televisione nazionale, dove ogni tanto i due si ritrovano a parlare di calcio e a scambiarsi battute ironiche, come sicuramente già facevano nello spogliatoio di Torino negli anni della grande Juventus di Lippi.

Pubblicato su: Zeb, n. 14 – winter/spring 2014, pag. 25

Didier Deschamps, due volte ex

didier_deschampsNella seconda metà degli anni ‘90 tanti sono stati i grandi campioni che hanno vestito la maglia bianconera. Stelle che risplendono nel firmamento della storia juventina grazie alla luce delle vittorie e del bel calcio. Tra i protagonisti di quell’indimenticabile periodo c’è sicuramente il francese Didier Deschamps, eroe in patria per aver guidato da capitano la nazionale transalpina alla vittoria del Mondiale del ‘98 e dell’Europeo del 2000.

Guardando alla sua carriera, pochi calciatori a livello internazionale possono dire di aver raggiunto gli stessi traguardi. Il suo talento emerge evidente fin da giovane, tanto che il suo debutto nella massima serie francese avviene a soli 17 anni con la maglia del Nantes. Quando nel ‘94 arriva alla Juventus ha 25 anni e alle spalle già tante vittorie importanti e record raggiunti. Con i Bianconeri non fa altro che arricchire la propria personale collezione di trofei, dando un fondamentale contributo ai successi della squadra di Marcello Lippi nei cinque anni in cui rimane a Torino.

Le sue caratteristiche sono l’abilità nel contrasto e nel pressing a tutto campo e uno spiccato senso tattico e della posizione che gli consente di integrarsi con qualsiasi compagno. É inoltre uno di quei giocatori poco appariscenti, ma che fanno sentire sempre il peso della loro grande generosità agonistica.

Nel ‘99, come altri suoi compagni, entra in contrasto con Lippi e questa situazione porta alle dimissioni del tecnico viareggino. L’estate successiva lascia Torino, per raggiungere gli amici Vialli e Desailly al Chelsea. L’esperienza inglese non si rivela molto fortunata e l’anno seguente passa al Valencia, ma anche qui resta soltanto una stagione, al termine della quale decide di dare l’addio al calcio giocato ad appena 32 anni.

Immediatamente intraprende la carriera di allenatore, sedendosi sulla panchina del Monaco. Dopo una prima annata molto negativa, chiusa al 15° posto in campionato, la sua squadra inizia ad ingranare, tanto da arrivare nel 2004 a sfiorare la vittoria in Champions League, persa in finale contro il Porto di Mourinho. L’estate del 2004 Deschamps è il maggiore candidato a sedere sulla panchina della Juventus del dopo Lippi, prima che ci sia l’inaspettata decisione di ingaggiare Fabio Capello. L’appuntamento, però, è solamente rimandato. Nella movimentata e triste estate del 2006, infatti, la nuova dirigenza bianconera lo chiama per guidare la Juventus in serie B.

Dopo un avvio difficoltoso, la squadra inizia a risalire posizioni in classifica e a recuperare i punti di penalizzazione, trascinata dal capitano Del Piero. Tuttavia, raggiunta la matematica promozione a due giornate dalla fine del campionato, Didier rassegna le proprie dimissioni dalla Juventus. A causare la rottura sono le divergenze con la dirigenza riguardo all’impostazione da dare al calciomercato. Decisione presa forse troppo in fretta, come ammesso successivamente dallo stesso allenatore.

Per due anni resta fermo, in attesa della chiamata giusta, che arriva nel maggio del 2009 da parte dell’Olympique Marsiglia. La prima stagione si conclude trionfalmente con la duplice vittoria della coppa di lega (primo trofeo per la società dopo 17 anni di digiuno) e del campionato francese (18 anni dopo l’ultimo successo). Seguiranno altre due coppe nazionali e due supercoppe. Come conseguenza dei tre anni di successi a Marsiglia, subito dopo gli Europei del 2012 viene chiamato alla guida della nazionale francese per sostituire Laurent Blanc, con la prospettiva di un contratto biennale.

L’avventura con i “Blues” finora non è stata troppo esaltante, a causa di qualche passo falso e un po’ di problemi in zona d’attacco. Il girone di qualificazione ai Mondiali di cui fa parte la Francia è dominato dalla Spagna, che sicuramente passerà come prima classificata. I transalpini dovranno badare a difendere il secondo posto dalle minacce della Finlandia, per poi concentrarsi sui play-off in programma il 15 e 19 novembre. In caso di qualificazione, il contratto di Deschamps sarà prolungato per altri due anni, ma il futuro dopo i Mondiali del prossimo anno dipenderà sicuramente anche dai risultati che la Francia saprà ottenere in Brasile.

Pubblicato su: Zeb, n. 13 – summer/fall 2013, pag. 30

Paulo Sousa: la classe seduta in panchina

paulo_sousa_videotonHa i capelli ingrigiti e meno lunghi, ma l’eleganza e il portamento sono ancora gli stessi di quando calcava i campi da gioco. Anche la passione per il calcio, l’entusiasmo e l’ambizione di raggiungere grandi risultati sono rimasti esattamente quelli di un tempo, ora che Paulo Sousa ha intrapreso la carriera da allenatore.
Alla Juventus ha giocato soltanto due anni, ma ha lasciato un ricordo indelebile nella memoria dei tifosi bianconeri. Indimenticabili sono le sue movenze a centrocampo nella primissima Juve lippiana, di cui era il cuore pulsante, grazie alla capacità di recuperare palloni e smistarli ai compagni con rilanci immediati e precisi.

Da incorniciare la sua prima stagione a Torino (1994/95), caratterizzata da una continuità di rendimento impressionante. Il portoghese gioca 26 partite, risultando uno degli artefici massimi della conquista del primo scudetto bianconero degli anni Novanta. Brillanti sono anche le sue prestazioni nella sfortunata galoppata in Coppa Uefa, persa nella doppia finale contro il Parma, e lungo il cammino della Coppa Italia, vinta battendo nuovamente la compagine emiliana.

Dopo una stagione a così alto livello, nel 1995/96 Paulo gioca, se possibile, ancora meglio, riuscendo a mettere la sua firma sulla conquista della Champions League. Dopo il trionfo di Roma, il portoghese lascia però Torino, con 79 partite all’attivo. La nuova filosofia societaria del vendere i giocatori migliori per monetizzare non risparmia nessuno. Così Sousa passa al Borussia Dortmund, sostituito dall’allora sconosciuto Zinedine Zidane.

Da questo momento la sua carriera diventa un susseguirsi di infortuni e di trasferimenti. Già in Germania la sfortuna lo costringe a saltare quasi tutta la stagione, che però si chiude con la grande soddisfazione di una nuova Champions League, vinta in finale proprio contro la sua ex squadra. Negli anni successivi gioca all’Inter, al Parma, al Panathinaikos e all’Espanyol, ma i picchi toccati a Torino restano purtroppo solo un ricordo. Nel 2002 lascia così il calcio, ad appena trentadue anni.

Dopo qualche tempo lontano dal calcio, inizia a collaborare con la nazionale portoghese, partendo dalla under 16 per arrivare a fare il vice di Carlos Queiroz nella nazionale maggiore. Gli manca, però, un coinvolgimento quotidiano con la squadra, perciò non si lascia sfuggire l’occasione che gli capita nel novembre del 2008 di allenare il Queens Park Rangers. L’avventura però finisce dopo appena cinque mesi, per problemi con il presidente Flavio Briatore. Per la stagione 2009/10 è sulla panchina dello Swansea City, che porta al miglior risultato in 27 anni. Nell’estate del 2010 passa al Leicester City, ma ad ottobre viene esonerato a causa degli scarsi risultati ottenuti (una sola vittoria in nove partite).

Nel maggio del 2011 firma un triennale con il Videoton, club campione d’Ungheria. La prima stagione porta la squadra al secondo posto in classifica, ma il risultato più straordinario è la qualificazione alla fase a gironi della Europa League, dopo aver superato nei preliminari Slovan Bratislava (Slovacchia), Gent (Belgio) e Trabzonspor (Turchia). La partita decisiva viene giocata nel giorno del suo quarantaduesimo compleanno: al minuto 42 tutto il pubblico canta il suo nome e sugli spalti viene esposto uno striscione di auguri. Memorabili sono le successive vittorie nel girone contro lo Sporting Lisbona (3-0) e il Basilea (2-1).

L’8 gennaio 2013, però, la squadra ungherese annuncia le avvenute dimissioni del proprio allenatore, a causa di motivi familiari non meglio precisati. Il giorno successivo, in un messaggio sul proprio sito, Paulo Sousa ringrazia società, squadra e tifosi per gli splendidi 18 mesi trascorsi insieme.

Pubblicato su: Zeb, n. 12 – winter/spring 2013, pag. 30