Riti e tradizioni di Natale nei paesi lucani

falò di Natale a Nemoli

La magia del Natale in Basilicata ha un fascino tutto particolare: presepi viventi nei borghi storici, mercatini di Natale con le tipicità della gastronomia e dell’artigianato, musiche pastorali di zampogne e ciaramelle, concerti di corali. Il Natale in Basilicata significa tradizioni, dolci delle feste, profumi e sapori della buona cucina locale, pranzi con la famiglia riunita, ritrovi in piazza per lo scambio degli auguri. Continua a leggere

Le catacombe ebraiche di Venosa

catacombe_venosaLa città di Venosa presenta nel suo territorio un complesso catacombale di origine ebraica, che costituisce una testimonianza di notevole interesse storico e archeologico del culto dei morti nell’antichità, oltre che un patrimonio unico di attestazione funeraria ebraica nell’Italia meridionale. Costituito da una serie di ipogei scavati nella collina della Maddalena, poco fuori dal centro abitato, fu scoperto nel 1853, ma divenne oggetto di studio sistematico solo a partire dal 1974.

Al contrario di quelle cristiane, le catacombe ebraiche non erano dei rifugi dove esercitare il culto clandestino, ma dei veri e propri cimiteri sotterranei, costituiti da una rete di corridoi di varia larghezza e dal tracciato irregolare. Le pareti e i pavimenti delle gallerie erano occupati da loculi chiusi da lastre di marmo o da tegole di terracotta. Vi erano, inoltre, delle nicchie (cubicula), che contenevano più sepolcri, caratterizzate in alcuni casi da un arco (arcosolium) scavato nel tufo, intonacato e affrescato con simboli religiosi.

Il sito venosino testimonia, attraverso le epigrafi che vi sono state rinvenute, la presenza tra il IV e il IX secolo d.C. di una consistente comunità ebraica, secondo alcuni più potente di quella presente a Roma. Dalle iscrizioni per ora decifrate e pubblicate si apprende che gli ebrei presenti a Venosa erano sicuramente bene integrati. Tra di essi vi erano proprietari terrieri, commercianti, artigiani e medici, e avevano propri sacerdoti e propri templi. Alcuni, inoltre, erano personaggi ricchi ed influenti e ricoprivano cariche importanti nell’ambito dell’amministrazione cittadina, nonostante fin dal 438 le leggi romane avessero escluso gli Ebrei dagli honores.

Particolare rilievo all’interno delle catacombe ha un arcosolio affrescato con la raffigurazione del candelabro a sette braccia (menorah), affiancata da altri simboli tipici del patrimonio iconografico e religioso ebraico: il corno, la palma, il cedro, l’anfora d’olio. Un altro particolare interessante della tomba, in quanto caso unico all’interno del sito, è il rivestimento in marmo, che fa presupporre la sua appartenenza a una personalità di riguardo.

La natura friabile del terreno ha sempre reso difficile la conservazione del sito, tanto che negli anni scorsi è stato necessario un lungo lavoro di restauro e di consolidamento dell’ingresso e di alcuni percorsi da parte della Soprintendenza ai Beni Archeologici, per rendere accessibile almeno una parte di questo ipogeo con la riapertura alla fruizione del pubblico. Da parte nostra consigliamo una visita, previa prenotazione agli uffici della Soprintendenza a Venosa, per la sensazione che si prova ad addentrarsi nella collina attraverso gli stretti cunicoli, per la cura con cui sono scavati nicchie e arcosoli, per l’atmosfera che fa quasi percepire lo stato d’animo di chi prima scavava e poi utilizzava quelle gallerie per il culto dei propri cari scomparsi, ma anche per la suggestione resa dall’illuminazione soffusa proveniente dal basso, che sembra quasi avere rispetto di uno spazio sacro che con molta fatica è sopravvissuto per secoli attraverso la storia.

Pubblicato su: Rivista20, n. 6 – novembre/dicembre 2014, pag. 67

Venosa tra storia e cultura

venosa_castelloPochi luoghi possono vantare un passato carico di storia e cultura come Venosa, cittadina situata nel nord della Basilicata ai confini con la Puglia. Da quando nel 291 a.C. i Romani, dopo aver scacciato i Sanniti, fondarono la colonia latina di Venusia, in onore della dea dell’amore Venus, hanno lasciato le loro tracce in questo luogo molteplici popoli e civiltà (Longobardi, Saraceni, Normanni, Svevi, Aragonesi), nonché personalità artistiche di rilievo nel campo della poesia, della musica e della pittura. La memoria di questa lunga vicenda storica dimora soprattutto nei monumenti di Venosa: gran parte delle testimonianze del suo passato sono conservate nel tessuto urbano, straordinario esempio di continuità storica tra età romana, medioevo ed età moderna. Quasi per intero il centro storico è fatto di materiali recuperati dalle architetture civili e religiose romane e questo gioco di rimandi e intrecci, innesti e sovrapposizioni, crea il fascino della città. Chi ha la fortuna di visitare Venosa può percepire, incamminandosi per strade e vicoli, la muta presenza del tempo, sedimentato in tantissime emergenze architettoniche, dalle chiese ai palazzi nobiliari alle tante fontane sparse per il centro.

Le tracce più significative della colonia latina sono individuabili nell’attuale parco archeologico, che conserva reperti compresi tra il periodo della Roma repubblicana e l’età medievale. Nella stessa area attrazione di grande valore è senza dubbio il complesso della S.S. Trinità, sorto su di un insediamento paleocristiano del V-VI secolo d. C., a sua volta edificato sulle rovine di un tempio pagano. Nel 1135 i Normanni decisero di realizzare un consistente ampliamento dell’abbazia, attraverso un intervento estremamente ambizioso, che però non fu mai portato a termine. A farci immaginare l’imponente progetto restano i muri perimetrali e parte del colonnato, eretti utilizzando materiali sottratti all’anfiteatro romano, che costituiscono quella che è nota a tutti come l’Incompiuta. Nella parte opposta del centro storico, invece, spicca maestoso il Castello Aragonese con le sue quattro torri cilindriche, costruito nel 1470 per ordine del duca Pirro del Balzo e trasformato nel Seicento in dimora signorile.

La città, non bisogna dimenticare, ha dato i natali a due grandi poeti: il celeberrimo Quinto Orazio Flacco, maestro di eleganza stilistica e placido epicureo amante dei piaceri della vita, e Luigi Tansillo, uno dei più eminenti poeti del petrarchismo meridionale, da alcuni ritenuto il creatore del dramma pastorale. Altri venosini illustri sono il sommo madrigalista Carlo Gesualdo, musicista geniale e compositore eccentrico, da molti considerato un autentico precursore della musica moderna, e i pittori Giacomo Di Chirico e Andrea Petroni.

Tutto quanto ha dato lustro a Venosa nei secoli dovrebbe farne al giorno d’oggi una città fondata sul turismo e sulla cultura. In realtà questa rimane soltanto una speranza. Infatti i visitatori che ogni anno visitano la cittadina oraziana sono in numero nettamente inferiore rispetto alle sue reali potenzialità. Negli ultimi decenni  volte a favorire l’accrescimento degli afflussi turistici. Apatia che ha coinvolto gli stessi cittadini di Venosa, poco inclini a promuovere di propria iniziativa delle attività di valorizzazione del patrimonio storico, artistico e culturale che possano accrescere l’attrattività turistica e di conseguenza favorire lo sviluppo economico e culturale. Davvero un peccato per una città che potrebbe rappresentare una interessante meta turistica per un ampio pubblico culturalmente attento e curioso.

Pubblicato su: Rivista20, n. 6 – novembre/dicembre 2013, pag. 55

Sulle tracce del passato di Ruoti

s_nicola_ruotiImmerso in uno dei più estesi boschi di abete della Basilicata, a due passi dalla città di Potenza, su un’altura superiore ai 700 metri sorge il paese di Ruoti. L’insediamento si adagia sul colle scendendo verso valle, dove compaiono le costruzioni più recenti, mentre la parte alta è occupata dal centro storico del paese, l’antico borgo medioevale sviluppatosi intorno al vecchio castello normanno.

Antica rocca osca, come testimoniato dai resti di mura pre-romane in pietra calcarea, in seguito fortificata dai romani, venne rifondata dai longobardi, che le fecero assumere la funzione di un arroccato castello. Cercare di ricostruire con esattezza gli avvenimenti di questa terra durante il periodo medievale è abbastanza arduo. La sua storia ha seguito quella dei territori circostanti, assoggettati a più dominazioni nel corso dei secoli e passati da un feudatario all’altro. Finì quasi per scomparire demograficamente, in seguito a una serie di epidemie che costrinsero la popolazione a spostarsi nelle campagne. Una ripresa ci fu solo nel XVI secolo, quando il conte di Muro, Jacopo Alfonso Ferilli, consentì l’immigrazione di una colonia di Albanesi Schiavoni, che ricostituirono il primo nucleo della popolazione. Più tardi rientrarono anche famiglie spagnole e francesi.

Tra le testimonianze storico-architettoniche presenti nel territorio di Ruoti figurano una villa romana in località San Giovanni, un edificio sacro risalente al IV-III secolo a.C. e i resti di un’antica necropoli della seconda metà del II secolo a.C., rinvenuti in località Trappeto Picone. Percorrendo i vicoli del centro storico è possibile osservare fontanili, chiese e palazzi gentilizi con pregevoli portali. Di interesse artistico è la Chiesa Madre di San Nicola, che conserva, tra gli altri, un dipinto del Cinquecento della Madonna del Rosario, realizzata da un allievo di Costantino Stabile, una tela con Madonna e Santi, del pittore Gian Lorenzo Cardone di Bella, una Madonna delle Grazie tra S. Carlo Borromeo e S. Francesco d’Assisi, della bottega del Pietrafesa. Degna di nota è anche una statua lignea di San Rocco, realizzata nel Seicento o Settecento.

La chiesa viene indicata con il titolo di San Nicola in due atti notarili del 1620 e del 1657, ma esisteva già prima del 1324. Nel 1794 la vecchia struttura venne abbattuta e ricostruita per volere del vescovo Serrao, che vi portò la prima pietra. Le mura e la cupola furono completate nel 1805, mentre l’interno venne terminato nel 1810. Il progetto fu redatto dall’architetto Magri, discepolo del Vanvitelli, che predispose una pianta a croce latina con un’unica navata. Il campanile, preesistente alla nuova chiesa, fu sopraelevato ed ultimato dopo il 1814. Nel 1857 fu danneggiato da un terremoto, tanto che se ne dovette ridurre nuovamente l’altezza.

Meritano di essere visitate anche la Chiesa della Madonna del Rosario, la Cappella del Calvario e, in località Spinosa, la Cappella di San Rocco, dedicata al patrono del paese.

Pubblicato su: In Arte, anno VIII – num. 3 – aprile/maggio 2012, pagg. 18-19

Archeologia medioevale a Forenza

A ovest del colle che ospita Forenza, nell’alta valle del lucano fiume Bradano, sorgono i ruderi della piccola chiesa dedicata a Santa Maria degli Armeni, alle falde del monte che porta il suo stesso nome. Non si sa esattamente quando l’edificio sia stato fondato; probabilmente le sue origini risalgono all’XI secolo. Secondo alcuni sarebbe la testimonianza della presenza nella zona di monaci armeni, fuggiti dalla loro terra in seguito alle lotte iconoclastiche. Secondo altri la sua dedicazione sarebbe da collegare al culto di un’effige della Madonna, giunta dall’Oriente bizantino al termine di una crociata.

Le prime notizie sulla chiesa sono contenute in un documento conservato nell’archivio dell’abbazia di Montevergine, che attesta una compravendita tra privati, avvenuta nel 1196, di una vigna nelle sue vicinanze. Un successivo riferimento lo troviamo in un atto di permuta del 1202, in cui si cita il giudice Demetrio come patrono e governatore di Santa Maria degli Armeni, che quindi risulta essere una chiesa privata. Altro dato certo è che nel 1219, alla morte del conte Giacomo di Tricarico, della famiglia dei Sanseverino, Santa Maria venne donata ai monaci di Montevergine, assumendo così la funzione di grancia (comunità agraria dell’abbazia), oltre a garantire, per la sua collocazione in una zona rurale, assistenza spirituale a quanti lavoravano nel contado.

Sul finire del XIII secolo, grazie alle ingenti donazioni che ne incrementarono il patrimonio fondiario, la grancia fu trasformata in priorato, con la conseguente costruzione di un monastero per ospitare i monaci inviati da Montevergine allo scopo di amministrarne i possedimenti. Le fortune di Santa Maria degli Armeni continuarono fino alla prima metà del ‘500 e le sue proprietà divennero sempre più consistenti. Successivamente, però, iniziarono a riscontrarsi difficoltà economiche, tanto che nel 1567 Papa Pio V inserì il piccolo monastero di Forenza fra gli edifici destinati alla soppressione (i monasteri verginiani secondo le sue direttive passarono da 50 a 18). L’esecuzione avvenne nel 1596, con il nuovo declassamento a grancia, alle dipendenze prima di Montevergine e poi del convento di Sant’Agata di Puglia, fino all’anno 1807.

Attualmente del monastero, realizzato interamente in pietra, non rimangono che le mura portanti della chiesa e piccoli resti di fabbriche annesse, risalenti probabilmente all’ampliamento del XIII secolo. La chiesa è costituita da un’unica navata con un solo altare e due ingressi, uno in asse e l’altro laterale. Due arcate dividono la navata in tre campate, delle quali le prime due avevano una copertura a capanna, la terza a crociera. Nell’abside sono presenti anche altre differenze strutturali, che fanno pensare a due momenti diversi nella costruzione della chiesa. Il piano di calpestio è infatti più alto di circa 20 cm rispetto al resto dell’edificio, ma appaiono diverse anche le aperture sulle pareti laterali (nell’abside sono a croce greca) ed esternamente le soluzioni tipologiche adottate nella costruzione dei cornicioni. In diversi punti le mura presentano frammenti di pitture parietali, che probabilmente decoravano tutto l’interno della chiesa.

Alla chiesa era affiancato un campanile, tuttora identificabile, al quale si accedeva da un’apertura subito a destra dell’entrata principale. Recenti lavori di scavo sul fronte est dell’edificio hanno portato alla luce, sotto l’ingresso, una antecedente struttura presbiterale, permettendo di identificare l’impianto originario della chiesa, con ingresso sul lato ovest e orientamento opposto a quello dell’edificio oggi visibile.

Pubblicato su: In Arte, anno VIII – num. 2 – marzo 2012, pagg. 5-7